Dal Protocollo di Brindisi o dei padri separati al disegno di legge n° 735, continua la saga della anti-bigenitorialità e dell’adultocentrismo

Si era già ampiamente commentato il Protocollo di Brindisi che non può che chiamarsi ‘dei padri separati’ vista la parzialità dei contenuti e delle pretese. Ma lo tsunami non si ferma e presto o tardi dovevano anche essere inchiodati i Magistrati a fronte di leggi e regolamenti che non potrebbero non applicare. Doveva cioè essere trasformato un progetto di ‘linee guida o protocollo’ che non aveva né avrebbe potuto avere la minima valenza, né scientifica né legale, in una vera e propria legge dello Stato. Ferma, pubblicata, statuaria, opprimente, totalizzante!
E così, questo folto capannello di rappresentanti delle associazioni di padri separati che raccolgono solo una modestissima parte degli uomini italiani separati e con figli, e certamente non la migliore, né pertanto rappresentativa dei padri italiani, ha agguantato la classe politica al momento al potere per farsi tutelare in Parlamento e legiferare una ipotetica legge che li garantisca e li rappresenti.
Ne è nato il DDL n° 735, o DDL Pillon, sul quale ci siamo ampiamente spesi, ma mai abbastanza vista l’enorme eco mediatica che ne è uscita, la sua incongruenza scientifica, i suoi aspetti di anticostituzionalità e, soprattutto, i rischi cui esso espone i bambini in generale con particolare riguardo alle vittime di violenza, bambini e madri, e la conseguente deriva sociale che ne potrebbe scaturire.

Ci si esprimerà per punti affinché sia evidente, con drammatica chiarezza, il pericolo che un siffatto disegno di legge partorirà, precipitando il nostro Paese in un medioevo dove i più alti diritti umani di donne e bambini vengono immolati all’apologia del padre padrone. Un padre, fortunatamente, molto raro nella nostra popolazione, e lo dice chi da 30 anni fa la pediatra, ma che tenta di riemergere con percorsi tortuosi ed ipocriti quando potrebbe, con maggiore chiarezza di intenti ed onestà, semplicemente chiedere l’abrogazione di tutte le leggi ed i provvedimenti che dal 1975 in poi hanno garantito madri e bambini ed hanno portato ad innovazioni nel campo dell’applicazione e della tutela dei diritti umani verso questo settore della popolazione. Basterebbe abrogare e tornare al vecchio codice civile e tutto ciò che oggi i padri separati vogliono e progettano con questo DDL tornerebbe placidamente in vigore: responsabilità genitoriale solo ai padri, potere economico, ius corrigendi di mogli e figli e quant’altro vigeva nel Sacro Romano Impero e nel medioevo, compreso i roghi per le streghe.
Partendo dalla istituzione del mediatore familiare con l’organizzazione di albi, mansionari, criteri di ammissione ai corsi, percorsi di formazione, tabelle di onorari etc… nuova figura di tecnico che entrerebbe in ballo tutte le volte che in una coppia vi sono figli bambini e con la qualificazione del coordinatore genitoriale, anche questo nuova categoria di tecnico che avrebbe il compito di intervenire in via stragiudiziale nelle controversie che riguardano il ‘piano genitoriale’, si passa attraverso l’istituzione di una ‘mediazione obbligatoria’ cui sono esentati solo chi si separa consensualmente.
Con queste premesse, che già si dimostrano fondate sul niente o sull’errore -si pensi ad esempio della obbligatorietà di una mediazione il cui prerequisito, affinché funzioni, è proprio la volontarietà, e probabilmente tese a costruire una strada occupazionale forte ad una nuova classe di tecnici più che a favorire un percorso semplice e più sereno ad una coppia che si sta separando, si inizia punendo chiunque chieda la separazione, uomo e donna che sia, separazione consensuale o no, coppie in litigio o in accordo che siano! Ti vuoi separare, paghi!!! Anche se col genitore dei tuoi figli sei in ottimi rapporti e c’è accordo sui bambini o sugli aspetti economici! Paghi e basta!
Questo dovrebbe, già, far riflettere quel 90% e più di separazioni che evolvono in maniera civile, con l’aiuto dei propri avvocati e dei propri consulenti senza bisogno di scomodare, o scomodando poco la Giustizia e, soprattutto, senza alcuna necessità di nuovi tecnici, preparati chissà dove e da pagare anch’essi.
Ma ben più urgenti, o prioritari per la scrivente, gli articoli del DDL che riguardano i bambini.
ART 11 – non esiste un ‘diritto del bambino di trascorrere con ciascuno dei genitori tempi paritetici o equipollenti, salvo i casi di impossibilità materiale’. Questo assunto non ha alcuna base né scientifica né, soprattutto, reale. E’ una cosa inventata! Chi ha mai trascorso tempi paritetici con padre e madre nella storia? Nessuno, neanche nelle famiglie coese. Si tratta di un assunto privo di alcuno scopo nell’impianto di crescita di un bambino ed atto solo a creare infiniti problemi sia al figlio sia ai genitori, anche, lo si ripete, nei casi di accordo. L’unico fine che tale argomento sembra avere è rappresentato dai suoi riflessi sull’assegno di mantenimento che è calcolato anche in base al tempo, che effettivamente un figlio trascorre nelle cure di un genitore.
Da un punto di vista scientifico, invece, si può con certezza affermare che i bisogni del bambino di stare col padre o con la madre e per quanto, variano in base all’età, al sesso, alle esperienze di vita, agli eventi che il bambino vive in quel momento ed anche in base a caratteristiche dei genitori e delle loro esperienze di vita, lavorative, di salute, affettive etc. Quindi stigmatizzare il tempo del figlio spaccato in due non ha alcun significato né base se non, lo si ripete, per i suoi riflessi sull’assegno di mantenimento.
Inoltre, un tale dictat, cozza contro le raccomandazioni della Puericultura, della Psicologia dello sviluppo, della Pediatria, della Pedagogia, laddove non tiene conto dell’età del bambino e della fondamentale relazione di attaccamento primario la cui realizzazione deve essere assolutamente privilegiata nelle primissime età della vita, anche a spese della bigenitorialità. Allo stesso modo non tiene conto del fatto che il bambino può avere, in fasi diverse della sua vita, diverso bisogno dei suoi genitori in base, per esempio, ai suoi sentimenti anche di rivalsa o rancore verso chi, ad esempio, ritiene il responsabile della separazione, o verso chi ritiene vittima; come può avere bisogni e richieste diverse per un genitore, ad esempio, in base a sue esigenze personali come la città di residenza, il quartiere, la vicinanza alla scuola, ai suoi amici. Non si parli poi di bambini che hanno vissuto la terribile esperienza della violenza domestica e che quindi, ben a ragione, possono rifiutarsi di vivere con qualcuno di cui hanno paura o che considerano pericoloso o che hanno visto fare tanto male alla loro mamma.
In verità, all’art 11 vengono citati i casi, o alcuni dei casi, in cui non sarebbe obbligatorio garantire tempi paritetici, o almeno i 12 gg/mese da ciascun genitore: violenza, abuso sessuale, trascuratezza, indisponibilità di un genitore, inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore senza però specificare come, su quali basi e chi dovrebbe fare tali diagnosi.
Altrettanto inadeguato alla tutela dell’infanzia la garanzia dei cosiddetti ‘meccanismi di recupero’, come se un bambino fosse un oggetto anziché una persona umana e per lui/lei fosse uguale stare da una parte o dall’altra e, ad esempio recuperare d’estate 15 gg in più con un genitore senza vedere l’altro.
Un assunto del genere è l’apoteosi del figlio ‘oggetto’ e non persona umana.
Lo stesso articolo richiama all’affidamento congiunto, come se fosse una novità, sulla quale pertanto non ci si sofferma. Mentre stabilisce il ‘doppio domicilio’ ai fini delle ‘comunicazioni scolastiche, amministrative e relative alla salute’. C’è da domandarsi se il senatore Pillon si sia posto il problema dell’enorme carico di lavoro in più che viene imposto a scuole, uffici, ospedali, ambulatori, medici, come c’è da domandarsi come si sentirà un bambino quando dovrà scrivere il proprio indirizzo sul suo diario o dare indicazioni ad un amichetto. Anche il dato anagrafico di residenza è un criterio di dignità di persona umana che viene, nuovamente, cancellato alla prioritaria tutela della suscettibilità paterna o materna che sia. Non si sente un figlio più o meno figlio, a seconda di dove ha la residenza. Un figlio è un figlio, sempre!
Non ci si addentra sul ‘Piano genitoriale’ se non con un sorriso mesto!
Che conoscenza ha il senatore Pillon delle esigenze di un bambino e delle loro continue mutazioni? Cosa significa predisporre un piano su: i luoghi abitualmente frequentati, la scuola ed il percorso educativo, le attività extrascolastiche, culturali, sportive, formative, le frequentazioni parentali e amicali le vacanze??? Come è possibile saperlo in anticipo? E quanto tempo ‘dura’ un piano genitoriale? Ogni quanto tempo va rifatto? Se dovessi raccontare le mutazioni delle richieste, delle aspettative, delle esigenze delle mie figlie scriverei la Treccani.
Di nuovo ci troviamo di fronte ad un figlio oggetto senza personalità propria, emozioni o aspettative. Tutto può essere deciso a tavolino dai suoi genitori e dal coordinatore genitoriale. Se dopo la scherma vorrà fare nuoto, pazienza! Non era previsto!
O è una finta, quella del ‘piano genitoriale’ così fatto, o ha un valore pro tempore molto limitato, o chi lo propone non ha la minima, minima, minima idea di cosa sia un figlio in crescita!
Si arriva poi all’assegno di mantenimento, che la scrivente ritiene, il vero nocciolo del problema, la vera ragione di questo DDL, il vero scopo dei padri separati, laddove il Giudice lo stabilisce ‘ove strettamente necessario e solo in via residuale’, anche indicando ‘quali iniziative devono essere intraprese dalle parti per giungere al mantenimento diretto della prole’.
La lingua batte dove il dente duole!
Questo il vero scopo del Protocollo di Brindisi e, adesso, del DDL 735.
Il mantenimento diretto è certamente una cosa possibile e anche giusta! Ma, esattamente come la custodia alternata per funzionare deve nascere spontaneamente tra genitori che vanno d’accordo e non può essere imposta dal giudice, così il mantenimento diretto funziona solo laddove i genitori hanno il medesimo reddito ed hanno contribuito allo stesso modo alla crescita della famiglia e dei bambini. In un Paese come il nostro dove le donne portano ancora la stragrande maggioranza del carico del lavoro domestico e delle cure dei soggetti deboli della famiglia, (non solo i figli, anche i genitori i suoceri etc.), laddove le donne perdono il lavoro mettendo al mondo figli, dove hanno enormi impedimenti di carriera e danni professionali per gli oneri familiari, non è né possibile, né pensabile, né soprattutto giusto, al momento della rottura della famiglia, non pensare a tutto ciò e farne portare il peso solo alla donna/madre. E’ moralmente obbligatorio che il marito/padre riconosca il peso del lavoro domestico e della cura della famiglia garantendo, come la giurisprudenza ha sancito fino ad ora, un assegno che tenda ad equiparare i tenori di vita. Questo per la moglie, ma anche per i figli che non possono passare 15 giorni di vacanza col padre nel Resort chissà dove e poi 15 gg da una madre che non ha neanche i soldi per comprargli un piatto di pasta.
Se il DDL Pillon dovesse in questo senso andare avanti sarebbe essenziale ed obbligatorio, per le donne, tutelare maggiormente il proprio lavoro a spese di tutta la famiglia ed anche dei figli, a scopo di tutela nel caso disgraziato di una futura separazione.
Niente di più deleterio per la tutela della famiglia, naturale nido della crescita umana.
ART 12 – si torna sull’affido condiviso sul quale si sono scritti fiumi di letteratura. Ma il DDL 735 va più in là perché sostiene che un genitore può chiedere l’affido esclusivo ma, ‘se la domanda risulta manifestamente infondata’ il Giudice può addirittura considerare l’applicazione dell’art 96 del cpc che recita che questi può condannare alle spese e al risarcimento dei danni se la parte ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave. In sostanza, siamo alle intimidazioni, al terrorismo psicologico. Puoi chiedere l’affido esclusivo, ma attento: se la domanda risulta infondata ne subirai le conseguenze.
ART 14 – se il bambino ha un doppio domicilio ed una doppia residenza va da sé che il concetto di ‘casa familiare’ non esista più! Ed ecco il famoso punto 2) del Protocollo di Brindisi ed oggi delle pretese dei padri separati a cui non è mai andata giù l’idea che la propria ex-moglie continui ad abitare nella casa di loro proprietà o anche in comproprietà! L’interesse dei bambini viene nuovamente totalmente disatteso.
Fiumi di letteratura scientifica al riguardo spiega come il bambino abbia bisogno di conservare il proprio ambiente, la propria casa, le proprie cose, molto più dell’adulto, proprio a tutela del suo equilibrio psico-fisico, ancora più importante nelle fasi di crescita. 50 anni di legge sul divorzio e fior di giurisprudenza nazionale ed extranazionale confermano questa esigenza. E non si vuole qui osservare che, altre soluzioni, o soluzioni temporanee potrebbero essere prese, e come potrebbero essere pianificate, anche in sede di divorzio, scelte successive anche a tutela di chi la casa l’ha fino ad ora dovuta lasciare. Non è questo il luogo dove fare osservazioni alternative che, ripeto, potrebbero essere proposte.
Qui preme evidenziare il colpo di sciabola, la ghigliottina con cui, in un solo colpo, viene spazzato via tutto! Non è più un bisogno del bambino mantenere la propria abitazione, non è più una sua priorità, a lui può essere chiesto tutto ed il contrario di tutto. Ma solo perché non ha una voce propria. Ed è per questo che si dà voce in questo articolo ai bisogni del bambino, alla sua necessità, soprattutto in costanza di separazione/divorzio dei genitori, di stabilità, a conservare almeno i suoi ambienti. Ma tutto ciò non ha più significato se si pensa che lui, ridotto ad un oggetto, una bambolina di pezza, debba stare una settimana a destra ed una a sinistra in luoghi, posti diversi, con persone diverse etc. a dispetto di quell’affettività e di quella fragile emotività che, almeno fino adesso, gli era almeno approssimativamente riconosciuta.
Se questo dovesse passare, conviene raccomandare ai giovani di non unire affatto i loro beni, i loro sforzi, le loro possibilità alla ricerca di una abitazione comune ma di tutelare almeno sé stessi, visto che il loro eventuali figli non saranno tutelati.
ART 15 – qui si falcia il figlio maggiorenne, a meno che non sia disabile. Chi è sano, a 25 anni non ha più diritto a niente! O anche prima ‘qualora la mancanza di una loro occupazione o impiego lavorativo sia dipesa da negligenza o rifiuto ingiustificato di opportunità di lavoro offerte, ovvero si dimostri la colpevole inerzia nel prorogare il proprio percorso di studi senza alcun effettivo rendimento’.
Che dire di chi vuol studiare medicina, giurisprudenza, ma tante altre discipline?
Ha idea il senatore Pillon di cosa sia il mercato del lavoro ora? Allo stesso modo in cui dimostra di non conoscere i dati sul lavoro delle donne, sui carichi familiari, pare di una ingenuità infinita sulla sorte dei nostri figli. Chi ha un lavoro a 25 anni? Soprattutto se ha affrontato corsi di laurea impegnativi?
La mia bellissima figlia che a 28 anni aveva una laurea triennale in biotecnologie ed una magistrale in medicina con un bel 110 e lode con menzione accademica, ha iniziato a riscuotere la (misera) borsa di studio per la specializzazione medica solo a 29 anni…. Che avremmo dovuto fare io e suo padre?
Gentilissimo senatore e cari padri separati, invece di tagliare le gambe ai figli, impegnatevi, da veri padri, a risolvere l’entrata nel mondo del lavoro dei giovani, a favorirne i percorsi di studi e la rapida introduzione nei settori di competenza. Tutti i genitori in tutto il mondo e da sempre aiutano i figli a costruirsi un futuro. Questo significa essere genitori! Questo è il primo dovere! Non stabilire muraglie in anni di vita in cui, si sa benissimo, non saranno pronti e/o non riusciranno a conquistarsi una professione.
ART 16 – tratta l’ascolto del minore. Anzi, impedisce quel poco di ascolto del bambino che è stato fatto fino ad ora. Questo articolo si pone in totale antitesi con la Convenzione dei diritti del fanciullo del 1989 ratificata in Italia e pertanto legge dello Stato laddove, all’art 12 riporta che il fanciullo deve essere sentito in ogni procedimento che lo riguardi.
Dopo una prima frase nella quale pare accondiscendere all’ascolto del minorenne, il DDL 735, inizia a mettere le mani avanti: il giudice ‘non procede all’ascolto se in contrasto con l’interesse del minore o manifestamente superfluo’; ‘l’ascolto deve essere videoregistrato’, ‘le parti possono assistere in un locale separato’; ‘sono vietate le domande manifestamente in grado di suscitare conflitti di lealtà’.
Allora, se un bambino vuole dire al Giudice qualcosa che non direbbe ai genitori l’ascolto deve essere permesso in forma protetta. Ogni bambino, in quanto persona umana, e non oggetto proprietà dei genitori, può voler parlare con altri adulti di cui si fida tutelato dal segreto, così come è in medicina e come deve essere nei Tribunali. Guai a legiferare in tal senso!
Questo significherebbe chiudere ogni possibilità di ascolto dei bambini e dei ragazzi da parte della autorità di pubblica sicurezza, dei Magistrati, dei medici etc… il segreto di tutti deve essere tutelato, anche dei bambini. Un ascolto di questo tipo non è affatto un ascolto ed i bambini che hanno paura o che temono i genitori non parleranno mai. I Magistrati sanno bene che affinché una audizione, un interrogatorio abbia effetto l’interrogato deve essere tutelato.
Quello che propone il DDL 735 è ad esclusiva tutela dei padri maltrattanti perché imbavaglierà per sempre i loro figli! Ed allo stesso modo impedirà alla Giustizia di utilizzare uno degli strumenti più importanti per la raccolta delle prove: l’ascolto del testimone/vittima.
Il concetto poi, di conflitto di lealtà, nella situazione del divorzio, almeno nelle fasi acute è privo di significato perché il bambino deve poter esprimere anche un conflitto di lealtà che va compreso e tutelato per poi essere risolto nei tempi necessari al bambino. Fatto sta che al bambino deve essere permesso di dire con chi vuole stare, quando e come. Sono gli adulti che devono fare in modo che ciò non sia vissuto con senso di colpa o con rimorso, ma come quello che è, il suo diritto in una fase difficile della sua vita di scegliere con quale genitore stare, almeno la maggior parte del tempo. Il divorzio deve rimanere un problema dei genitori non del bambino.
ART 17 e 18 – questi due articoli vanno trattati insieme per la vergogna che essi portano in sé! Essi si basano sul devastante capitolo della alienazione parentale o ‘sindrome di alienazione parentale’ o PAS, falsa sindrome nata come scienza spazzatura dall’ipotesi fraudolenta di un apologeta della pedofilia, se non pedofilo stesso, Richard Alan Gardner, il cui unico, vero scopo, è la difesa dei padri abusanti. E che condanna i bambini e le madri ad una violenza inimmaginabile e del tutto impensabile in un Paese civile.
Molto si è detto e si continuerà a dire su tale idiozia che però si è diffusa a macchia d’olio nei nostri Tribunali, grazie alla psicologia forense, facendo strage di madri e bambini, oramai destinati ad un futuro povero quali vittime di maltrattamento, generalmente preesistente paterno, e successivamente istituzionale con la concretizzazione di un vero e proprio danno biologico irreparabile.
Con questi due articoli, la PAS o alienazione parentale/genitoriale etc… coi mille nomi coi quali viene reclamata, di fatto entra, di soppiatto ma a pieno titolo nel nostro ordinamento, fatto gravissimo e adeguato ad un paese del III mondo, dove l’ideologia ancora prende il posto della scienza.
All’art 17 viene ipotizzata la sua esistenza laddove si ritiene che la ‘condotta di un genitore è causa di grave pregiudizio ai diritti relazionali del figlio minore e degli altri familiari, ostacolando il mantenimento di un rapporto equilibrato e continuativo con l’altro genitore….’, anche quando ‘pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori, il figlio minore manifesti comunque rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo ad uno di essi’.
In questi casi il giudice può adottare uno dei provvedimenti di cui all’art 18:
– Ordina la cessazione della stessa condotta,
– Disporre la limitazione o sospensione della responsabilità genitoriale,
– Disporre l’inversione della residenza abituale del figlio,
– Limitare i tempi di permanenza presso il genitore inadempiente,
– Disporre il collocamento provvisorio presso apposita struttura specializzata etc,
In sostanza arrivando a disporre, per Legge, quelli che la scrivente chiama i ‘rapimenti di stato’ di bambini inviati coattivamente in strutture di reclusione che hanno lo scopo di ‘resettarli’, cancellando nel loro cuore il genitore con cui vogliono vivere, quindi realizzando un vero e proprio maltrattamento istituzionale che determinerà danni gravissimi al piccolo e al suo sviluppo psico-affettivo ed anche organico. E per tutta la vita!
Impossibile tollerare che il legislatore legiferi l’istituzionalizzazione del maltrattamento di donne e bambini, indegno di un paese civile.
A proposito del rifiuto del bambino, occorre ricordare come, invece di riferirsi all’idiozia della PAS, vi possano essere seri motivi per un figlio per non voler vedere o frequentare un padre. Motivi che vanno compresi e, se possibile, risolti ma che non si risolveranno certo estirpando un figlio dall’altro genitore ed impedendogli i contatti con lui/lei, tanto meno mettendolo in reclusione in istituti la cui valenza è tutta da capire visto che il presupposto è fuori dalla scienza ufficiale: il ‘resettaggio’ della affettività pregressa del bambino.
Ci sono almeno 3 ordini di motivi per cui un figlio può non voler visitare un genitore, ognuno con una sua valenza ed una sua prognosi:
1. Bambini esposti all’abuso ed alla violenza – che devono essere protetti dal genitore violento, non lasciati, addirittura soli, nelle sue mani;
2. Bambini che hanno motivi personali per il rifiuto – che possono essere recuperati se trattati con comprensione e volontà di risoluzione del problema (possono ritenere quel genitore responsabile del divorzio, possono voler stare più vicini al genitore che ritengono vittima, possono avere motivi personali come la distanza da scuola, la presenza di amici, l’antipatia per il nuovo fidanzato/a del genitore etc);
3. Bambini che non hanno stabilito una buona relazione con quel genitore per la fragilità di questo, per la sua incompetenza genitoriale, per il suo egoismo o la sua assenza etc. – su questi bambini avrà anche più impatto l’influenza dell’altro genitore, ma anche questi possono essere recuperati se trattati con comprensione.
In tutte queste 3 categorie di bambini, l’impatto delle azioni coatte, del prelevamento, dei divieti di contatto col genitore preferito, avrà il principale e primo effetto di ledere per sempre la relazione col genitore rifiutato, avrà poi gravissimi effetti sulla sua futura salute psico-fisica e sulla loro fiducia nelle Istituzioni.

In sostanza, col DDL 735, si assiste alla legiferazione, sulla base di una bufala scientifica che di Scienza non ha niente ma tanto ha di spazzatura, di violenze inimmaginabili che possono venire inferte a donne e bambini su decreto di un Giudice, al quale sono state legate le mani perché non potrà più neanche ascoltare i bambini, comprendere o cercare di comprendere perché rifiutino un genitore e, solo sulla base di tale rifiuto, considerando l’altro genitore colpevole di tale atteggiamento del figlio, anche in assenza di condotte di questo che lo dimostrino, cioè addirittura per mera presunzione ipotetica. Su questa base meramente ipotetica, il Giudice potrà non solo punire questo genitore, che per l’appunto è generalmente la madre, ma punire il figlio allontanandolo da questa, impedendone i contatti, internandolo in strutture di recupero che lo sottoporranno ad un maltrattamento psicologico fin tanto che non si rassegnerà a stare col padre. Tutto ciò anche inaudita altera parte! Quindi senza alcuna possibilità di difesa.
È evidente l’imbavagliamento della Giustizia e quello di donne e bambini, particolarmente rischioso per le situazioni di violenza domestica!
Facile immaginarsi un ipotetico futuro se mai il DDL divenisse legge: le donne non chiederanno più l’affidamento esclusivo perché rischieranno tutto se la Giustizia non avrà le prove di quanto sostengono; i bambini non parleranno più perché avranno paura delle ritorsioni da parte del genitore che sente cosa dicono o che ascolta le video registrazioni; le madri consegneranno i figli anche di fronte ai rifiuti più gravi pena tutto ciò che può capitare loro, inaudita altera parte, se solo il figlio non vuole andare dal padre.
Oppure, come è più facile, non si separeranno più e, nei casi di violenza soccomberanno ma almeno accanto ai loro figli.
Per tutte queste ragioni, la PAS e tutti i suoi derivati sono considerati il principale fattore di rischio per l’incredibile impennata di femminicidi e figlicidi che si è realizzata negli ultimi anni, e che il DDL 735 non potrà che contribuire a fare aumentare!
Per tutti questi motivi il DDL 735 non è emendabile, ma solo da ritirare!!!